LIBERTÀ VA CERCANDO

Or ti piaccia gradir la sua venuta:

libertà, va cercando, ch’è sì cara,

come sa chi per lei vita rifiuta.

Virgilio rivolge queste parole a Catone, nel primo canto del Purgatorio, per convincerlo a far proseguire Dante nel suo cammino verso la libertà che è la salvezza dell’anima. Per me questa terzina ha acquistato un significato ulteriore dopo aver ascoltato la scrittrice Elvira Mujcic il 18 novembre con la mia classe, in occasione del Progetto Libriamoci a cui la scuola aderisce. Questi versi, ora, nella mia mente si collegano inevitabilmente alla drammatica situazione evocata nel suo libro “Consigli per essere un bravo immigrato”. Se in Italia il futuro di una persona dipendesse da come sa raccontare una storia? E se questa storia fosse la sua vita?

Sembra impossibile; eppure, accade questo a chi “libertà va cercando”, fuggendo dal suo paese: deve raccontare, o meglio sviscerare, la sua vita davanti a una commissione territoriale. Qui viene deciso se la persona in questione è degna di restare nel nostro paese oppure no. L’autrice racconta con ironia e serietà questo meccanismo, che scopre quando conosce Ismail, gambiano, a cui è stato negato il permesso di soggiorno. Lei, scappata nel ’95 dalla guerra in Bosnia-Erzegovina, è ai suoi occhi “un’immigrata di successo”. Elvira, aiutando Ismail, rivive anche la sua storia da profuga e fa i conti con i problemi universali dell’identità, della guerra e della lingua. Ismail, inoltre, le spiega che non basta raccontare la semplice verità alla commissione, le storie devono essere in linea con gli stereotipi che ci sono sugli immigrati: violenze e torture sono ben accette mentre il morire di fame non è un motivo sufficiente per fuggire dal proprio paese.

Sembra assurdo che mentre si cerca di far i conti con la nostalgia, il lutto e lo spaesamento, si è costretti a creare una storia immaginaria, a rinnegare quindi la propria vita, a reinventarla, fino a dimenticarsi chi si è veramente.

Nel verso finale della terzina di Dante, nel quale Virgilio ricorda il suicidio di Catone per la libertà, io intravedo anche gli occhi spenti di un migrante, che per questa libertà è pronto a tutto: a un viaggio estenuante ed infinito, a sofferenze fisiche e psicologiche, a sguardi di diffidenza e disprezzo, fino a che “per lei vita rifiuta”, perché è costretto a rifiutare la sua storia, il suo passato e sé stesso. Quant’è alto il prezzo di questa libertà?

Chiara Pulidori, 4ªA

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